Dieta a punti

dieta a punti

La dieta a punti nasce dagli studi di un dietologo italiano, Guido Razzoli, e dal suo voler classificare gli alimenti in base ad un determinato punteggio da ricondurre ad una precisa scala di valori.

Il ritmo della giornata viene quindi scandito non dal numero di calorie assunte, bensì dai punti assegnati ai singoli prodotti: la loro somma totale non dovrà superare il limite consentito, pena la perdita di efficacia dello stesso regime alimentare.

La dieta in questione è da considerarsi iperproteica, favorendo un deciso consumo di carni, formaggi e prodotti grassi a discapito di una corposa riduzione delle dosi giornaliere di pasta e pane: il motivo è da ricondurre alla diminuizione forzata del proprio apporto di carboidrati, in modo da far calare i livelli di produzione di insulina e predisporre l'organismo al consumo dei grassi immagazzinati.

Quelli che seguono sono alcuni esempi di come ogni alimento possieda un proprio numero a cui fare riferimento durante i pasti:

0 punti:

100 g di dentice, salmone e tonno sott'olio;
100 g di merluzzo;
500 g di anatra;
100 g d'olio;
3 tazzine di caffè.

5 punti:

10 g di fette biscottate integrali;
100 g di albicocca;
mezzo bicchiere di vino da tavola secco.

Come accade anche per diete come la Scarsdale e la maggior parte delle soluzioni alimentari di stampo americano, tutti i regimi alimentari ad alto valore proteico presentano alcuni squilibri tra cui il più evidente è senza dubbio la predisposizione ad assumere grassi piuttosto che carboidrati.

Frutta e verdura vengono impiegate poco e nulla, favorendo deficit vitaminici e carenza di sali minerali.

Proprio in merito a tali scompensi, il consiglio generale per chi si sottopone alla dieta a punti è quello di completare il proprio quadro alimentare grazie all'ausilio di specifici integratori.